Esiste la dieta per il colon irritabile?

Non perdo occasione di dirlo: dal nutrizionista non si va solo per dimagrire, ma anche per trarre un maggior benessere dalla corretta alimentazione. Fortunatamente, ultimamente sempre più persone ne sono consapevoli e aumentano anche le richieste in questo senso.

Una domanda molto frequente riguarda il colon irritabile: esiste una dieta a riguardo? Prima di rispondere, inquadrerò brevemente il problema.

La sindrome del colon irritabile (o IBS, dall’acronimo inglese) è un disturbo di tipo funzionale dell’intestino che viene diagnosticato per esclusione. Questo significa che un medico ha escluso, mediante indagini di laboratorio e strumentali, una serie di patologie che possono dare sintomi simili. In altre parole, dagli approfondimenti diagnostici effettuati non c’è niente che non va, ma la persona continua a stare male.

Solitamente i sintomi comprendono: gonfiore e crampi addominali, meteorismo, continua sensazione di gonfiore, alvo irregolare (stitico, diarroico, oppure alternato). Proprio per la tipologia dei disturbi che lo caratterizzano, è una sindrome che impatta notevolmente sullo stile di vita: alcuni vestiti non calzano più bene, i “rumori” intestinali mettono a disagio sul luogo di lavoro e con gli amici, i dolori e l’intestino malfunzionante innervosiscono. E’ comune inoltre rendersi conto che alcuni cibi peggiorano la situazione, quindi l’alimentazione si impoverisce, alcuni occasioni sociali vengono evitate, salvo poi doversi arrendere davanti all’evidenza che il problema non si risolve evitando il latte oppure la pasta.

Il gastroenterologo è lapidario: non si guarisce dal colon irritabile, bisogna imparare a conviverci. Finalmente però sappiamo che qualcosa si può fare: la dieta con basso contenuto di FODMAPs. Con una modifica all’alimentazione non si guarisce dalla patologia, certo, ma almeno si tengono a bada i sintomi, e questo è il fattore più importante.

Ma cosa sono i FODMAPs?? Si tratta di una serie di composti, contenuti ahimè in quasi tutti i gruppi alimentari, identificati da questo acronimo: Fermentable, Oligo-, Di-, Mono-saccharides And Polyols (in italiano: mono, di, oliogosacarridi fermentescibili e polioli, in pratica un gruppo formato quasi esclusivamente da carboidrati).

La dieta viene definita come “povera in FODMAPs”, ma il protocollo prevede una loro eliminazione pressoché totale dalla dieta per almeno le prime 4-6 settimane, per poi procedere con una graduale reintroduzione degli alimenti problematici. Oltretutto, l’eliminazione deve interessare tutti i gruppi nello stesso momento. Proprio per questo il fai-da-te non funziona: se elimino un solo alimento, continuerò ad avere i sintomi e non riuscirò mai a capire cosa infastidisce veramente.

Il tutto deve sempre essere guidato da un professionista della nutrizione: eliminare tanti alimenti non è mai semplice, perché si rischia di incorrere in carenze nutrizionali. Il nutrizionista invece non si limiterà a togliere, ma saprà sempre suggerire delle valide alternative per avere comunque un’alimentazione bilanciata e, perché no, gustosa!

Un altro fattore problematico che non è possibile affrontare in autonomia è la paura della reintroduzione. Dopo aver sofferto del disturbo per mesi o addirittura anni, è del tutto naturale aver paura a reinserire degli alimenti quando finalmente si è raggiunto uno stato di benessere.  Il nutrizionista però è lì proprio per indicare cosa testare, ogni quanto e in che quantità. Alla fine del percorso avrete maggiore consapevolezza del vostro disturbo, saprete con precisione cosa mangiare e cosa invece è meglio evitare e anche la vita sociale risulterà più semplice.

La dieta low-FODMAPs può essere seguita anche in caso di gonfiore addominale persistente: una bassa tolleranza a questi composti è infatti comune anche in altre situazioni, come la menopausa o l’allergia sistemica al nichel.

Un’ultima considerazione: essendo una dieta per patologia, il funzionamento è diverso rispetto ad una dieta dimagrante. Se il protocollo viene seguito con precisione, si avrà un risultato di maggior benessere, se invece si fanno delle eccezioni e si introducono alimenti non idonei si rischia di non avere *nessun* beneficio. Proprio per questo in studio cerco di spiegare nel dettaglio in cosa consiste e metto bene in chiaro che ci sono dei sacrifici da fare, seppure per un periodo limitato. Per le persone più motivate rappresenta quasi sempre la soluzione di un problema, se invece la forza di volontà tende a vacillare cercheremo insieme la strada più adatta a voi!

Avevate mai sentito parlare di questo protocollo? L’avete provato? Raccontatemi le vostre esperienze nei commenti!

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